Il culto di San Giuseppe a Cascano.

Tratto da: I “Pesi” della Storia. Di Fioravanti Passaretti.

Storia della Parrocchia San Giuseppe di Cascano, Gusti e San Felice attraverso alcune fonti documentali. Un tempo due parrocchie: quella di Sant’Erasmo (Cascano) e quella della Madonna dell’Assunta e San Felice (Gusti e San Felice). Il culto di San Giuseppe a Cascano. Notizie varie. In appendice un articolo di Gianna De Caprio. Ivi, pp.113-123.

Le fonti storiche locali.

«Prima di esporre le fonti inerenti il culto di San Giuseppe a Cascano e alla sua straordinaria devozione, bisogna evidenziare ancora una volta un evento storico che ha riguardato la nostra comunità e che taglia inesorabilmente l’analisi delle fonti storiche. L’episodio in questione è quello della ribellione di Cascano nel 1799 che arrecò non pochi danni al paese; probabilmente nell’incendio vennero distrutti anche i documenti parrocchiali antecedenti; oltre alla probabile dispersione di documenti dovuti “all’incuria dell’uomo”. Tuttavia, e a scanso di futili discussioni, va evidenziato pure che il silenzio delle fonti non sminuisce in nessun modo l’antichità del culto di San Giuseppe a Cascano, tantomeno col termine “antico, antichità” si deve necessariamente risalire ad epoche lontane nel tempo, altrimenti molti riti religiosi del territorio di Sessa, che possono farsi risalire, ad esempio, a pratiche medievali, sono documentati storicamente solo a partire dai secoli XVII e XVIII. I riti religiosi, a nostro avviso acquistano forza ed autorevolezza attraverso la Fede, anche quelli che nella storiografia ufficiale si usano definire di età moderna. Dopo queste precisazioni passiamo ad elencare la prima testimonianza di cui disponiamo attualmente, perlomeno per quel che riguarda la popolarità del nome Giuseppe nei confronti di Erasmo, il protettore storico del paese insieme alla Madonna di Costantinopoli o di Ogni Bene, e che ci viene fornita da un Registro dei Morti1 che va dal 1732 al 1784 che si conserva presso l’Archivio Diocesano di Sessa Aurunca. Infatti in questa fonte si computano all’incirca ottanta individui col nome Giuseppe/a, contro i dieci di Erasmo. Per trovare, poi, le prime testimonianze sia di una processione , e quindi anche di una statua, in onore del nostro santo bisogna andare a vedere i libri2 della soppressa confraternita del Santissimo 1 ASDSA. Cfr. Libro dei defunti di Cascano dal 1732-1784, segnatura 186. 2 Di questi registri preferiamo riportare solo gli anni delle delibere perché la catalogazione ci sembra un poco incerta. Sacramento o del Corpus Domini di Cascano, che si conservano in quello che, per comodità, chiameremo Archivio Parrocchiale della chiesa di Sant’Erasmo. Nelle delibere del 7 marzo del 1897 si nomina una commissione per la processione di San Giuseppe, in quella, invece, del 7 febbraio del 1926 la confraternita accettò di fare gratis la processione del santo. Ad oggi queste sono le fonti locali più antiche».

La tradizione orale

«La vulgata popolare attribuisce all’intercessione di San Giuseppe due eventi miracolosi (sono quelli che ad oggi si riescono a rintracciare in questa fonte). Il primo di questi è datato 18 marzo 1957 (vedi pure copertina). Si narra che quel giorno, mentre la popolazione di Cascano era intenta alla preparazione dei solenni festeggiamenti in onore del santo, il campanile della chiesa, già da tempo pericolante forse a causa degli eventi bellici della Seconda Guerra mondiale, improvvisamente crollò senza arrecare danno a persone o cose. Di questo evento meraviglioso esiste anche un’altra versione che vedrebbe coinvolto un non meglio identificabile artigiano addetto alla riparazione delle sedie (mpagliasegge, in dialetto). L’uomo, nell’esercitare il proprio mestiere, si sarebbe trovato proprio sotto il campanile quando, all’improvviso, avrebbe visto venire giù dei calcinacci. Preoccupatosi, si sarebbe immediatamente spostato, dopodiché sarebbe avvenuto il crollo. Si tramanda pure che in un imprecisato 19 marzo all’uscita dalla chiesa della processione, quando un tempo i campanari erano intenti allo scampanio dei sacri bronzi, il batacchio della campana più grande (campanone, in dialetto) si staccò cadendo in mezzo alla folla sfondando una pietra del basolato, ma anche questa volta senza arrecare alcun danno fisico ai presenti. La tradizione orale tramanda anche le “gesta” di una devotissima di s. Giuseppe, vale a dire di Nicolina Grella (†1967). Dalla deteriorata scrittura del calendario, che abbiamo utilizzato come copertina, si evince che ella donò alla chiesa dedicata a San Giuseppe un quadro che rappresenta il “transito” del santo. Chiesa di proprietà delle suore missionarie e catechiste di Gesù Redentore, le quali hanno una loro “casa” anche a Cascano. Anche l’odierna cappella di San Giuseppe, che si trova nella chiesa madre dedicata a Sant’Erasmo, sembra che sia stata abbellita dalla suddetta Nicolina, giacché nell’iscrizione si legge: “a devozione di Nicolina Grella 1967”. Si dice pure che ella officiasse una specie di novenario “laico” davanti al quadro di s. Giuseppe che si trova nel vicolo Grella oppure in casa sua, sempre nell’omonimo vicolo, e che durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1945)3 ella donò una immaginetta del santo agli uomini che stavano per partire per il conflitto bellico, e che secondo lei gli avrebbe salvato la vita». 3 La prima data si riferisce all’entrata in guerra dell’Italia. Il conflitto era iniziato nel 1939 con l’invasione della Polonia da parte dell’esercito tedesco di Hitler. Cfr. A. LEPRE, La Storia del Novecento, vol. III (3). Bologna Zanichelli, 2001. Ivi, pp. 1022-1026.

Il 18 e il 19 marzo a Cascano

«I solenni festeggiamenti in onore di San Giuseppe trovano il loro apogeo tra il 18 e il 19 marzo; quello legato alla tradizione la sera del 18, quello cultuale il 19 marzo, anche se, è bene sottolinearlo, la distribuzione dei pani ha inizio già alcune settimane prima della festività, senza escludere, tuttavia, altri giorni dell’anno, mentre la raccolta della legna da ardere (tuocchi in dialetto) la sera della vigilia ha anch’essa inizio qualche giorno, se non settimana, antecedente il rito. Si tenga inoltre presente che la distribuzione delle «cuccetelle» avviene anche durante il novenario, ed esattamente alla fine della funzione liturgica, spesso tra la calca, deplorevole, generale. Un altro aspetto significativo del novenario è quello inerente alla varietà sia dei predicatori e dei panegiristi4 che degli argomenti dottrinari da essi trattati, incentrati non solo sulla figura di s. Giuseppe ma anche, specialmente negli ultimi anni, sulla figura e sul messaggio salvifico di Cristo. Altro aspetto rilevante cultualmente, è il coinvolgimento dei portatori della statua e di altri laici durante il rituale delle novene. Il lungo giorno del 18 marzo a Cascano inizia di buon mattino, vecchi e giovani, ragazzi e ragazze del paese, mescolati ad altre persone provenienti dai paesi limitrofi, sciamano in cerca delle «cuccetelle», mentre nei vicoli e nelle strade si iniziano ad allestire i «fuocaracci» dalla forma quasi piramidale. Stando ai ricordi degli anziani del posto, un tempo questi falò venivano preparati con legna di fortuna, che ognuno si procurava traendola dal proprio appezzamento di terra, e con delle fascine, usando come mezzo di locomozione, per chi aveva la fortuna di possederne uno, il proprio asino (ciuccio in dialetto) oppure con mobili o altri oggetti lignei che, ormai vecchi e inservibili, venivano (e vengono) bruciati sulle «luminarie», alla stregua di un rito propiziatorio (antitesi tra il vecchio e il nuovo). Oggi l’asino è stato sostituito dal trattore, dal camion ecc., mentre la legna locale è stata sostituita per lo più dai ceppi di pioppo o di pesco che i cascanesi si procurano, in gran parte, nei terreni posti tra i comuni di Carinola e Falciano del Massico, dove fiorenti sono queste coltivazioni. Il primo pomeriggio è quasi interamente occupato dalla distribuzione, in varie zone del paese, del vino, tra la ressa delle donne, le maggiori protagoniste della raccolta, anche se, specialmente negli ultimi anni, non mancano i giovani. Ognuno con il proprio bicchiere raccoglie la preziosa bevanda fino a riempire la bottiglia, dopodiché, si torna a casa, la si svuota e si ricomincia il giro. 4 Si tenga presente la distinzione contenutistica tra una predica ed un panegirico. La predica è un discorso tenuto in chiesa per annunciare e spiegare ai fedeli ivi raccolto la parola divina, esortandoli all’adempimento dei propri doveri e alla pratica della verità. Il panegirico, invece, è un discorso in onore di un santo tenuto il giorno della relativa festa rivolto a tutto il popolo adunato in assemblea. Infine, l’omelia è un’esposizione, con relativo commento, di passi di libri sacri nell’ambito di una pratica liturgica come, ad esempio, la messa. A partire dalle diciotto, più o meno, tutto il popolo di Cascano, sia i credenti praticanti che i tradizionalisti, è impegnato nell’ultima novena in onore del santo. Durante l’esposizione del «corpo di Cristo», con relativo scampanio dei sacri bronzi, vengono accesi i «fuocaracci». Si dice che un tempo l’accensione dei falò spettasse di diritto al più anziano del vicolo o della strada; oggi questo rituale viene assolto da colui/coloro che si impegnano annualmente nella ricerca della legna e nell’allestimento dei fuochi. Da questo momento in poi, e fino a notte inoltrata, ogni strada del paese si riempie di gente del posto e di altri paesi, che va alla ricerca sia dei pani sia di un buon bicchiere di vino, sostando davanti alle «luminarie», dove spesso si balla e si canta. Si possono gustare, presso alcune famiglie che ancora coltivano questa usanza, anche i lupini. Obbligatoria, durante il pellegrinaggio tradizionale, è (era) la sosta presso l’abitazione della famiglia Passaretti, ubicata nell’omonima via, dove si possono (potevano) ammirare i grandi orci in cui viene cotta la «menestella»; mistura composta da fagioli e ceci che verrà distribuita il mattino seguente. Intorno alla mezzanotte, quando la massa comincia a defluire e la festa diviene più intima, in ogni vicolo, o quasi, si organizzano davanti ai fuochi delle cene “luculliane” che, tra un bicchiere di vino ed una cantata, si protraggono sino all’albeggiare del 19 marzo. Il mattino ed il primo pomeriggio del 19 marzo vengono interamente assorbiti dai riti religiosi in onore di s. Giuseppe; si inizia con la messa mattutina, intorno alle otto, mentre alle dieci e trenta il suono delle campane annuncia il culmine delle celebrazioni religiose in onore del santo, ossia la messa solenne e la susseguente processione per le strade, vecchie e nuove, di Cascano. La messa solenne viene celebrata dal parroco (attualmente don Francesco Saverio Iodice), spesso con l’ausilio o del vescovo diocesano o di altri sacerdoti. Una volta terminata la funzione liturgica, mentre risuonano i sacri bronzi 5 , i portatori attrezzano sulla pedana la statua di s. Giuseppe che poi, devotamente, porteranno a spalla per il paese, mentre il popolo fuoriesce dalla chiesa ed incomincia a disporsi per la processione. Durante il percorso la statua del santo ed il parroco vengono preceduti sia dai portatori/portatrici dei ceri votivi, cioè da coloro che hanno contratto un voto, esaudito o da esaudire, con il santo e a tal proposito sfilano con delle candele dalle forme e dai pesi diversi, che dall’immancabile banda musicale. La maggior parte dei fedeli segue invece la statua di s. Giuseppe. Come da antica consuetudine, durante la processione la statua di s. Giuseppe in questo caso, ma anche quelle di s. Erasmo e della Madonna di Costantinopoli, sostano in alcuni punti6 prestabiliti del vecchio 5 Una volta lo scampanio delle campane veniva effettuato manualmente. 6 Stando alla testimonianza del sig. Domenico Fusco, il percorso della processione era (ma è sostanzialmente rimasto immutato, anche se ha subito alcune variazioni in seguito all’incremento abitativo del paese) il seguente: subito dopo l’uscita dalla chiesa il corteo sostava in via Palombaia, dopodiché si fermava nelle vicinanze del distrutto, purtroppo, palazzo Ciocchi, nell’omonima via. Poi, si proseguiva fino all’estremità di via Passaretti, quella parte della strada confinante con via Brecce, dopodiché la processione girava (gira) ripercorrendo via Passaretti e arrivando in via Cavelle (o Gavelle), da dove proseguiva per piazzetta Cresci. Dopo questo percorso interno al centro storico, la processione si spostava (e si sposta) all’esterno dell’oppidum, sulla via Appia, lato Roma (quella costruita nel periodo borbonico), sostando presso la cappella di s. Rocco, cappella che si trovava all’interno dell’ex palazzo Lopez, per proseguire, infine, lungo la stessa Appia (lato Napoli), dove la statua di s. Giuseppe veniva (viene) fatta sostare per essere benedetta un’ultima volta prima di essere riposta nuovamente in chiesa. oppidum, sia per far riposare i portatori sia per consentire al parroco di incensare e benedire l’immagine sacra. L’ultima sosta avviene davanti all’ingresso dell’edificio sacro, dove il parroco, prima che la statua del santo venga riposta in chiesa, benedice ed esorta il popolo affinché rafforzi la propria fede in Cristo e in s. Giuseppe; dopo questa parenesi, tra gli applausi, si può dire conclusa la festività. Infatti, il tardo pomeriggio viene riempito dall’esibizione musicale da parte della banda di turno, mentre la sera viene allietata dai fuochi pirotecnici».

Tra il rito e il mito

«Nella tradizione cascanese di s. Giuseppe una grande rilevanza rituale viene riservata ai “ fuocaracci”, alle luminarie e di conseguenza al simbolismo attribuito nel corso della storia al fuoco, in una prospettiva tendente a mitizzare la cosiddetta “civiltà contadina”, custode e continuatrice di quell’innesto, non sempre veritiero e dimostrabile storicamente, tra le feste pagane e quelle cristiane, senza soluzione di tempo, storia, memoria. A tal proposito è stato scritto: «Il periodo che va tra Natale e Pasqua è quello che comprende la maggior parte delle feste di origine agraria. In particolare il Carnevale è collocato tra il 6 gennaio e le Ceneri. Per quanto riguarda, invece, la festa cascanese del 18 marzo, essa viene dopo le Ceneri ma pur sempre prima di Pasqua. Anche questa usanza non sfugge al sincretismo tipico delle feste di tale periodo in cui elementi pagani si mescolano ad elementi cristiani. Possiamo dire che la festa di Cascano del 18 marzo è un prolungamento del Carnevale. E’ una festa che riprende alcuni elementi celebrativi dell’originario Carnevale/Saturnale e li colloca in una festa religiosa. In ogni caso il periodo è quello del calendario agricolo che riguarda la fine e l’inizio di un ciclo agrario. E ancora: morte e resurrezione, vecchio e nuovo, inverno e primavera, sterilità e fertilità, espiazione e purificazione…» 7 . Anche la distribuzione cascanese del cibo (cuccetelle e menestelle) e del vino, durante il 18 marzo, è stata interpretata in rapporto al Carnevale, inteso come rovesciamento e livellamento della scala sociale, e al mito della Cuccagna: «Il paese di Cuccagna è un antico mito. Si tratta di un paese dell’abbondanza in cui si banchetta continuamente senza penuria di cibo. Tale mito inizia a decadere dal XVIII secolo quando cominciano a modificarsi i rapporti di proprietà. In realtà il paese di cuccagna è stato un mito di riscatto simbolico, una rimozione delle frustrazioni sociali originate da un rapporto di classe basato sul privilegio dei possidenti terrieri e del clero che avevano l’egemonia sociale… In ogni caso, fino ad alcuni anni fa era osservabile il doppio binario per l’accesso al 7 Cfr. P. STANZIALE, La sera del 18 marzo a Cascano (Tradizione popolare e religiosità festiva), in Quaderni di Civiltà Aurunca (n. 3), Collana di studi, saggi e ricerche diretta da F. Compasso. Scauri (LT), Arti Grafiche Caramanica, 1988. Ivi, pp. 12-13. cibo: da una parte il popolo che girava e chiedeva il cibo ed il vino, dall’altra, lo scambio delle menestelle tra le famiglie di notabili…»8 . Tuttavia, questa resta solo una, seppur rispettabilissima, chiave interpretativa della tradizione cascanese, giacché, anche se non si riferisce propriamente alla nostra tradizione, come scrisse Ernesto De Martino (†1965) in Sud e magia «… Ora è da dire subito che ogni riduzione della vita magico-religiosa del mezzogiorno al paganesimo del mondo antico è destinata a restare un semplice argomento polemico confessionale, o un impressionismo turistico superficiale: il più elementare senso storico rende avvertiti che il paganesimo antico, col suo complesso mondo mitico-rituale, con le sue articolazioni e differenziazioni in diverse e distinte civiltà religiose variamente mediatrici di valori, è ben morto ovunque, e vano sarebbe credere di averlo ritrovato nel sud e nel cattolicesimo meridionale con le sue particolari determinazioni e sfumature…»9 . Noi, invece, studiosi di storia dobbiamo solamente attenerci ai fatti che emergono da questa ricerca, e che si spera emergeranno da quelle future. I dati ci dicono, sino ad oggi, che la tradizione cascanese partendo, probabilmente, da un culto privato si è diffusa ed è stata fatta propria da tutti i cittadini di Cascano che la tramandano perlomeno da due secoli, se non prima. Anche se non si riesce a rintracciare l’episodio che ha determinato, nella devozione popolare, la precedenza del culto di San Giuseppe rispetto a quello per gli antichi protettori, s. Erasmo e la Madonna di Costantinopoli o d’ogni Bene. Abbiamo usato, e a scanso di equivoci, il termine precedenza e non più importante. Dopodiché ci permettiamo di fornire anche noi un indizio ulteriore agli studiosi di Antropologia e Sociologia. La festa di San Giuseppe si celebra qualche giorno prima dell’inizio della primavera, mentre quella di Sant’Erasmo si celebra il 2 giugno, quindi poco prima della raccolta del grano, fonte primaria per il proprio sostentamento in qualsiasi epoca, tanto è vero che alla statua del santo, tuttora oggi, gli si pone in mano una spiga di grano. Allora perché non indagare anche nei cicli agrari, nei rituali propiziatori per favorire l’abbondanza dei raccolti: all’inizio con la primavera, il germogliare dei frutti (San Giuseppe) e alla fine con la raccolta, che si sperava copiosa, ( Madonna di Costantinopoli – Sant’Erasmo). Tanto è vero che nella sesta strofa del nostro inno alla Madonna di Costantinopoli si canta quanto segue: «I nostri campi siano da Te protetti ognora. Il nostro ostello visita Tu bella quale aurora…». Questa, secondo noi, potrebbe essere un’altra chiave interpretativa della festa di San Giuseppe a Cascano. Inoltre, che alcuni termini cronologici nei cicli agrari coincidevano (e coincidono ancora) con quelli di alcune feste dei santi ci viene ulteriormente confermato dalla ricorrenza della Madonna del Carmine (16 luglio), giorno in cui, secondo la tradizione locale, si terminava (e termina) la ciclica “pumpata dell’uva” 10. Per quel che riguarda, poi, la diffusione del culto “giuseppino” a Cascano, esso potrebbe essere stato favorito dalla richiesta di Carlo II, inoltrata dal marchese del Carpio, alla Santa Sede, affinché San Giuseppe diventasse il protettore dei suoi regni (vedi Documenti pontifici). Alcune 8 Ivi, p. 12. 9 Cfr. E. DE MARTINO, Sud e magia, p. 126. Milano, Feltrinelli editore, 2002. 10 A cadenza variabile (7, 15 giorni ad esempio) le viti vengono irrorate con dei medicinali adatti affinché la pianta non prenda alcune malattie ( ad esempio la peronospora), in modo tale da rimanere fertile pe poter poi fruttificare. orazioni e preghiere, infine, che si recitano durante la novena a San Giuseppe sono state scritte o aggiunte nell’Ottocento, oppure nei primi anni del Novecento, così come dimostrano i Documenti Pontifici».