CASCANO, GUSTI E SAN FELICE

Il sito dove sorge Cascano era conosciuto ed abitato già in epoca romana come si ricava dalle fonti archeologiche.
Probabilmente il vicus o statio iniziò a formarsi, come posto di guardia tra una diramazione dell’antica via Appia e l’Agro Faleno , durante il periodo in cui Sessa divenne colonia romana (313 a.C.). Tuttavia va sottolineato che nel territorio adiacente Cascano (ad esempio presso la località “La Pera”) sono tuttora visibili i resti della via Adrianea che da Sessa conduceva a Teano: quindi il borgo potrebbe essersi formato come avamposto tra quest’ultima via e l’Agro Falerno . Invece nelle fonti medievali il paese viene ricordato nella Bolla di Atenulfo (o Adenulfo) del 1032. In questo Privilegio il metropolita di Capua Atenulfo nel nominare vescovo di Sessa e suo suffraganeo Benedetto gli indicò, tra le altre cose, sia i confini che le chiese che ricadevano sotto la sua giurisdizione. Le chiese citate, ed inerenti il nostro territorio, sono quelle di San Felice e di Sant’ Erasmo.
Il documento venne editato per la prima volta nel 1630 dall’erudito capuano Michele Monaco all’interno del suo “Santuario Capuano”. Altre fonti medievali inerenti Cascano sono: un atto di vendita di un appezzamento di terra del 1280 che si conserva presso l’Archivio dell’Abbazia di Montecassino (FR) ed il registro delle decime del 1326 nel quale si indica la tassa che la chiesa pagava alla Curia Pontificia: <<… ab ecclesia S. Herasmi de Cascano pro rectoria et cappellania tar. 11/2; ab ecclesia S. Felicis cum ecclesia S. Laurentii tar. 1, gr. VI.>>. Siccome nel riportare queste tasse sembra che i curatori si siano attenuti a zone geografiche limitrofe va specificato che una località denominata San Lorenzo, in dialetto Santu Laurienzu, si trova nei pressi del luogo appellato “La Pera”, dove si possono ancora intravedere quella che, secondo la tradizione orale, era l’omonima chiesa e che potrebbe corrispondere a quella riportata nelle Rationes.
Ad oggi, invece, le uniche fonti storiche antiche che testimoniano l’esistenza dei paesi di Gusti e San Felice si trovano anch’esse nei Regesti dell’ Archivio di Montecassino. In una donazione del 1320 si nomina Gusti, invece in una controversia matrimoniale del 1432 si nomina San Felice. Nella letteratura, invece, come sinonimo di Cascano vengono utilizzati i termini Gallicano, Gallicanum, poiché quella parte del monte Massico che sovrasta il paese così veniva appellata anticamente.
Anche la tradizione della terracotta a Cascano ha origini antichissime. Infatti, in uno sbancamento effettuato nel 1979 all’interno del paese furono riportate alla luce una serie di strutture fra cui un muro a secco in blocchi squadrati di tufo grigio campano, un pavimento in signino, una cisterna ed una vaschetta sempre rivestite di signino. Gli strati di riempimento, invece, contenevano abbondanti scarti di fornace, fra cui frammenti di ceramica, comprese imitazioni di forme africane come le Hayes 23° e 61° ed anche un antoniano eneo dell’ imperatore Claudio II (268-269). Nella Visita Pastorale del 1761 del vescovo Francesco Granata alla Parrocchia di Sant’Erasmo a Cascano viene riportato il luogo dove i maestri rovagnari cavavano la creta e l’affitto che pagavano: << di più possiede una terra, ove si dice alla Borga campestre con trenta piedi di olive, e ne riceve d’affitto in ogni anno due tomola di grano… in detta terra ci sta una miniera ove si cava la creta per fare la rovagna, ne riceve detta chiesa docati sette in ogni anno dalli maestri rovagnari…>>. Un tempo la tradizione della rovagna (vasellame di creta ) apparteneva anche agli artigiani di Corbara (un’altra frazione del Comune di Sessa Aurunca).

ARTE E TRADIZIONI

L’odierna chiesa (secoli XVI-XVIII) di Cascano dedicata a Sant’Erasmo, l’antico protettore del paese insieme alla Madonna di Costantinopoli, conserva al suo interno delle opere d’arte notevoli. La prima di esse è costituita dal dipinto (tavola di legno) della Madonna di Costantinopoli con il Bambino, databile alla fine del “400”. Tra le parti originali del dipinto vanno segnalate: l’angelo di sinistra (per chi guarda) regge in una mano una croce, simbolo del martirio di Cristo, ed il corallo che il bambino Gesù porta sia al collo che al polso. Sull’altare maggiore, invece, si possono ammirare il dipinto di Sant’Anna opera firmata e datata (1842) di Giuseppe Petronsio, pittore attivo in quegli stessi anni presso la chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, ed i quattro dipinti su tela che raffigurano gli evangelisti (XVII-XVIII secolo). Altre opere d’arte sono gli altari in marmo policromo, forse di scuola napoletana, del Settecento. Ai piedi di quello della Madonna di Costantinopoli si trova l’iscrizione di quando l’altare venne rifatto (1777) e del finanziatore per così dire, Geronimo Testa, invece sopra l’altare dove si trova la pala dell’Ultima Cena (XVII-XVIII secolo) si può vedere una tipica riggiola napoletana, residuo dell’antico pavimento della chiesa. Invece, nella chiesa di Gusti (XVI-XVII secolo), dedicata alla Madonna Assunta in Cielo e San Felice I° Papa, si possono ammirare un bellissimo affresco che rappresenta il Battesimo di Cristo e la pala d’altare (XVIII secolo?) dell’ Assunta. Va sottolineato, infine, che di tutte queste opere sono tuttora in corso degli studi. Dopo aver introdotto l’arte sacra , passiamo a descrivere altrettanto brevemente altre opere d’arte. A Gusti si può vedere l’antico palazzo (XV-XV secolo?) della famiglia Lepore, invece a Cascano si può ammirare il decadente palazzo della famiglia nobile dei Saraceni (XVII, XVIII secolo). Cascano nel corso della storia è diventato famoso, oltre alla lavorazione della terracotta, anche per la sentitissima tradizione di San Giuseppe, santo a cui è dedicata l’odierna parrocchia che accorpa anche i paesi di Gusti e San Felice. La particolarità dei riti profani che accompagnano quelli religiosi è costituita dalla distribuzione gratuita durante il novenario (10-18 marzo), ma anche durante l’anno, dei pani di San Giuseppe, in dialetto cuccetelle, del vino e della menestella (una mistura di olio, ceci e fagioli) il pomeriggio e la sera del 18 marzo; sera durante la quale dopo l’ultima novena vengono accesi i cosiddetti fuocaracci in ogni vicolo e strade del paese. I fuocaracci sono grosse cataste di legno che vengono bruciate come antitesi tra il nuovo ed il vecchio, tra morte e rinascita, alla stregua di antichi riti propiziatori perpetrati nelle società contadine. Uno dei tanti miracoli attribuiti all’intercessione del santo è quello datato 18 marzo 1957. Quel giorno, mentre la popolazione di Cascano era impegnata nei preparativi per i solenni festeggiamenti in onore di San Giuseppe, il campanile della chiesa, già da tempo pericolante forse a causa degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale (1939/40-1945), improvvisamente crollò senza arrecare alcun danno a persone o cose. Nella vulgata popolare di questo evento miracoloso esiste anche un’altra versione del racconto che vedrebbe coinvolto un artigiano addetto alla riparazione delle sedie (in dialetto mpagliasegge). Sembra che l’uomo nell’esercitare il proprio mestiere si sia venuto a trovare proprio sotto il campanile, quando all’improvviso vide venire giù dei calcinacci. Intimoritosi si spostò immediatamente, dopodiché il campanile crollò. Passando ad altri argomenti, intendiamo offrire delle notizie, seppur brevemente, anche su alcune tradizioni del nostro territorio, e quindi anche di Cascano, Gusti e San Felice. Partiamo da quella che viene tramandata assiduamente, vale a dire la cantata del buco buco, buke buke o puti pù. Molti di noi conoscono la cantata con le sue parti ludiche, propiziatorie e augurali, anche se in alcune parti le strofe variano da paese a paese. Ma ci siamo mai chiesti qual è il fulcro, l’origine delle cantata. In altre parole: che cosa narra la cantata? Narra la guarigione dalla lebbra (malattia infamante durante il medioevo) dell’imperatore Costantino da parte di papa Silvestro I, con la conseguente conversione di Costantino al cristianesimo. Questa tradizione della nostra Terra sembra trarre la sua origine dall’episodio, riportato negli Actus Silvestri, del battesimo di Costantino, anche se un racconto più affine alle varie versioni del sessano, secondo noi, si ritrova in un romanzo cavalleresco del XV secolo, I Reali di Francia di Andrea da Barberino. Tuttavia non si possono escludere racconti diversi tramandati dalla tradizione orale e confluiti nella cantata. Allo stato attuale degli studi sul come e sul quando questa leggenda sia arrivata (oppure nata) nel territorio di Sessa Aurunca, e per merito di chi, non è dato sapere. Un’ipotesi suggestiva potrebbe essere costituita dalla biografia/agiografia della vita di papa Silvestro narrata nel Liber Pontificalis. Anche in questa fonte viene tramandata la guarigione dell’imperatore Costantino per mezzo della taumaturgia (specifica divina) del papa, con l’aggiunta, però, della gratitudine di quest’ultimo. Infatti, Costantino per sdebitarsi del miracolo ricevuto avrebbe donato a papa Silvestro, e quindi alla Chiesa di Roma, gran parte dei beni dell’impero di Occidente, tra cui dei possedimenti di terra (massa, masseria) nel territorio di Sessa. Altre tradizioni che venivano, oppure che saltuariamente vengono rappresentate, sono la cantata dei mesi, quella dei paesi e, secondo alcune testimonianze orali, la rappresentazione de’ “I briganti”. Da quello che si è potuto apprendere dalla tradizione orale la strofa della cantata dei paesi inerente Cascano dovrebbe essere questa: e i songo Cascanu e facciu ru fetusu/ crireme bella ca puozz’esse accisu/ ce mangiu e vestu sempe a l’uso/ ru facciu ru smargiassu e ru pulitu. Si caccherùnu me segnasse a ditu/ quanne me songo ‘ngazzatu tocca (vattenne) che miezu alla Cavella ri facciu fa la botta.

UOMINI ILLUSTRI

Tra coloro che hanno dato prestigio al nostro paese vanno ricordati: l’Onorevole Giacomo Ciocchi, deputato per più di una legislatura negli anni venti del Novecento, il primo rettore della Seconda Università di Napoli, Antonio Grella ed il professore universitario e poeta, Renato Filippelli.